Le mie recensioni

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Una bella novità!

Pubblicato 1 agosto 2014 da elyana80

Da oggi troverete le mie recensioni sul sito Cinemamente, Il nome della mia rubrica è:  “Nascosti nel buio”. Un grazie di cuore a chi continuerà a seguirmi. 🙂

http://www.cinemamente.com/autori/

 

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The road, by John Hillcoat (2009)

Pubblicato 18 giugno 2014 da elyana80

the_road_posterNon potendo ancora usufruire dell’ Adsl e quindi impossibilitata ad aggiornarmi/vi sulle novità del momento, oggi vi parlerò di una piccola perla cinematografica scoperta qualche anno fa e rivista in dvd di recente. Rappresenta forse il caso più clamoroso di abbaglio da parte della solita distribuzione italiana, pigra e poco lungimirante, che ha liquidato l’ennesimo capolavoro con la lapidaria motivazione:  “film troppo deprimente per uscire nelle sale italiane”. Personalmente trovo più pesanti i drammoni di Muccino, con protagonisti trentenni in crisi, che  vomitano tutta la loro frustrazione e rassegnazione, ma questo è un discorso troppo lungo per essere affrontato in questa sede. “The road”, in concorso alla 66ª edizione della Mostra di Venezia,  è l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo scritto da Cormac McCarthy, vincitore del premio Pulitzer per la narrativa ed autore, tra gli altri, del romanzo da cui è stato tratto l’avvincente thriller “Non è un paese per vecchi”. Il film,  diretto da John Hillcoat e sceneggiato da Joe Penhall, non è che il viaggio, fisico e morale (la strada, appunto), di un uomo e del suo figlioletto (chiamati solo “the man” e “the boy”, perché ognuno di noi possa identificarsi), all’indomani di un olocausto nucleare che ha spopolato la Terra e reso le condizioni ambientali e climatiche estremamente ostili e inospitali. Anche questa pellicola post-apocalittica indaga soprattutto l’animo umano e le dinamiche psico-sociologiche, in un pianeta governato, ancora una volta, dalla legge “Homo homini lupus” , dove il cannibalismo è una necessità e la paura dell’altro una fedele compagna. Il viaggio dei due viandanti verso Sud, tra le macerie e le asprezze atmosferiche, si rivelerà lungo e irto di ostacoli, tra i quali l’assenza di cibo e la minaccia costante di imbattersi nei “bad guys”, uomini senza scrupoli disposti ad uccidere pur di sopravvivere. Hillcoat non mira a ricostruire i fatti antecedenti la catastrofe, se non attraverso brevi ed intensi flashback, né alla spettacolarizzazione di una disumanità che pure esiste e crea disagio, ma punta tutto sulle emozioni e sul pathos, e lo fa da regista “consumato”, quando, ad esempio, ci mostra una donna che, con cinismo sconcertante, abbandona marito e figlio, quel figlio che non avrebbe nemmeno voluto mettere al mondo, in tali avversità. O quando ci fa scoprire un raccapricciante scantinato di “provviste umane” o indugia con la macchina da presa sui corpi penzolanti e senza vita di chi ha rinunciato ad un’esistenza così penosa. O, ancora, quando ci fa assistere alla disperazione di un padre che mette in mano al proprio figlio una pistola carica, perché ponga fine alle loro sofferenze. “The road” è, soprattutto, la storia di un grande legame, quello tra un padre ed un figlio, che non hanno altro a sostenerli se non il loro amore, a testimonianza di come, persino nel peggiore dei mondi possibili, resti l’unico motore che ci spinge ad andare avanti. Ma non è un film buonista, tutt’altro. E’ anzi cupo, mesto, sovente feroce, costantemente teso a rammentarci quanto la morte aleggi nell’aria dovunque, in un mondo destinato ad estinguersi e dove nulla è come si ricorda. Persino il mare è diventato una distesa grigia funerea e “gli uccelli sono solo nei libri ormai”. E dove il confine tra Bene e Male è quanto mai labile, anche se il padre ricorda spesso al figlio, confuso dalle continue questioni morali che si presentano: “Noi abbiamo il fuoco dentro, siamo i buoni”, tra i pochi ad aver conservato un briciolo di umanità. Incantevole è poi la sinistra fotografia dello spagnolo Javier Aguirresarobe (ben 6 Premi Goya per la fotografia, tra i quali quelli ricevuti per “The Others” e “Mare Dentro”), fatta di scenari crudi, aridi, senz’anima, in decomposizione da anni (in questo hanno aiutato le devastate e devastanti location, in parte ricavate dalla tragedia dell’uragano Katrina), che lasciano nello spettatore un gelo difficile da spiegare, ma non da dimenticare. Evocativa e malinconica la voce dell’ io narrante (un Viggo  Mortensen commovente nel suo sconfinato amore paterno) e la colonna sonora di Nick Cave, che ci permette di astrarci temporaneamente dalle brutture di un mondo tra i più atroci e terrificanti mai raccontati. Da segnalare anche il piccolo cammeo della sempre affascinante Charlize Theron, nel ruolo di una moglie il cui amore per la famiglia non è sufficiente per affrontare un futuro denso di nubi e privo di speranza. Esquire lo ha eletto il “film più importante del 2009”. A dispetto del fatto che sia costato appena 20 milioni di dollari. Straconsigliato.

CARRIERS-CONTAGIO LETALE, BY DAVID&ALEX PASTOR (2009)

Pubblicato 21 marzo 2014 da elyana80

carriers-contagio-letaleCome forse avrete intuito, ho un debole per gli epidemic movies, quei film post-apocalittici in cui una pandemia ha decimato la popolazione ed i sopravvissuti cercano di combattere contro il virus letale di turno e di adattarsi alla nuova realtà. E’, questo, un genere che riscuote sempre molto successo, in quanto fa leva su paure primitive ed universali, tant’è che, nell’ultimo decennio, sceneggiature che trattano di epidemie più o meno fantasiose sono proliferate come funghi. Basti pensare a pellicole come “28 giorni dopo” e il suo sequel “28 settimane dopo”, “La città verrà distrutta all’alba”, “Io sono leggenda”, le saghe “Resident Evil” e “Rec”, il suo remake “Quarantine”, “Contagion”, la trilogia di “Cabin Fever” ed i più recenti “The Bay” e “World War Z”. Persino l’Italia si è cimentata con questo sottogenere, confezionando il mokumentary “The Gerber Syndrome: Il contagio”.
In questo calderone compare anche il meno noto, ma pregevole, “Carriers-Contagio letale”, di produzione americana, scritto e diretto da due fratelli spagnoli, Alex e David Pastor, al loro esordio alla regia. E ancora una volta sono rimasta piacevolmente colpita dalla cinematografia ispanica, sempre attenta ai risvolti psicologici e capace di rivitalizzare generi cinematografici di cui si pensa sia stato già raccontato e mostrato tutto. Invece c’era evidentemente ancora molto da dire, soprattutto sulla componente umana, o per meglio dire di-sumana, che nei film sopraccitati è poco tratteggiata, ma che qui, invece, è rappresentata in tutta la sua drammaticità. Ed è proprio la volontà di porre l’accento su come le relazioni umane, in un mondo senza più leggi, costituiscano una minaccia ben più spaventosa del pericolo virale, ciò che rende quest’opera superiore alle tante sull’argomento. Ed è anche ciò che fa di “The walking dead” una serie-tv tanto popolare ed amata, a conferma di quanto le dinamiche di gruppo, all’indomani di una catastrofe mondiale, siano un aspetto molto interessante ed apprezzato.
Il film parte da uno script ben collaudato: Brian, la sua ragazza Bobby, il fratello Danny e l’amica Kate sono un gruppo di superstiti in cerca di un’ “oasi felice” dove ricominciare. Per riuscire ad arrivare incolumi alla meta si sono dati tre regole: 1. Evitare a tutti i costi gli infetti; 2. Disinfettare ogni cosa che hanno toccato nelle ultime 24 ore; 3. I malati sono già morti e nessuno li può salvare. I due fratelli, il maggiore Brian, dotato di leadership e di una buona dose di cinismo (a cui presta il volto il macho Chris Pine), e Danny (un Lou Taylor Pucci dal viso angelico), più fragile e sensibile, cresciuto all’ombra di Brian, vedono il Messico come l’ultima ancòra di salvezza e decidono di raggiungere quell’hotel sulla spiaggia dove da bambini trascorrevano le vacanze, nella speranza di allontanarsi il più possibile dai contaminati e di vivere di pesca e surf, in memoria dei vecchi tempi. Ma durante il lungo viaggio saranno messi di fronte a decisioni che riveleranno tutta la brutalità del nuovo Mondo, in cui vige un’unica, spietata regola: “homo homini lupus°, secondo cui l’egoismo connaturato al genere umano porterebbe l’uomo a considerare chiunque come nemico e, di conseguenza, a sbarazzarsene senza ripensamenti.
L’apetto più interessante di “Carriers” è l’assoluta assenza di alcuni stilemi del genere, fin troppo abusati negli altri film: non ci sono comunicazioni radio-televisive che spiegano l’accaduto ed aggiornano i protagonisti, come neppure orde di infetti che assalgono a tradimento qualunque essere umano a tiro, né ospedali che sembrano moderni lazzaretti o elicotteri militari che sorvolano i cieli con l’ordine di evacuare le città e fanno più vittime degli appestati. I due registi hanno tralasciato tutto questo e preferito raccontare, con grande minimalismo ma formidabile efficacia, la disperazione di un padre che fino all’ultimo cerca di nascondere l’orrore alla sua piccolina, la rassegnazione di un medico senza più speranze e con un progetto agghiacciante, il rapporto d’amore di due fratelli fatto a pezzi dall’ansia del contagio, la delusione nello scoprire che un luogo tanto caro e familiare finisce col diventare estraneo.
Non siamo di fronte ad un vero e proprio horror: non ci sono scene di sangue a fiotti, parassiti raccapriccianti, che divorano gli organi, o dozzine di malati che vengono squartati/dilaniati/massacrati dai vivi e viceversa, come vuole il genere, ma, piuttosto, ad un “road movie” che vira al drammatico, che svela quanto i rapporti affettivi siano una mera illusione di fronte all’istinto di sopravvivenza ed alla paura, che lascia un amaro in bocca difficile da mandar via.
Paradossalmente la vera compassione la si prova per chi si è ammalato, perché emarginato, abbandonato e lasciato morire da solo, nel buco nero di un crudele morbo che punisce e condanna. Pur essendo un film low budget “Carriers” certamente si distingue dalla massa dei troppi epidemic movies in circolazione, anche grazie alla bella fotografia sbiancante di Benoit Debie, che accompagna lo spettatore lungo le strade desolate del Texas, accentuando il senso di perdita e di disagio che aleggiano per tutto il film.
Ciliegina sulla torta un finale poetico e malinconico, con la voce narrante del protagonista che si ritrova a rimpiangere il mondo che ricorda e che non esiste più, consapevole di dover pagare il prezzo della sopravvivenza con un’insopportabile solitudine. Perché, come dice il dottore incontrato in una delle tappe del viaggio, “A volte scegliendo di vivere scegliamo una forma di morte più dolorosa”. Consigliato anche a chi non è un appassionato del genere, per riflettere su come la vita sia totalmente priva di senso quando si perde ogni parvenza di umanità. In Italia è uscito direttamente in Dvd, un’altra occasione persa per i distributori di portare sul grande schermo un film senz’altro meritevole e tra i più profondi e di spessore di questo filone cinematografico.

In Fear, by Jeremy Lovering (2013)

Pubblicato 10 marzo 2014 da elyana80

In-FearSolo una manciata di registi al mondo riesce ad incutere terrore con poco, molti dei quali sono grandi Maestri del passato, autori di classici come “Nosferatu”, “M-Il mostro di Düsseldorf “, “Rosemary’s baby”, “Psycho”, “Shining”, “Profondo Rosso” e pochi altri. Capolavori in cui basta una tenda che si muove, il fruscio del vento tra gli alberi, una risata improvvisa nel buio pesto o lo stridere sinistro di una porta che si apre, per raggelarti. Sono questi i film “di paura”, basati, al contrario di horror e splatter, sul suggerire e sul far intuire, invece che sul mostrare apertamente, e capaci di instillare nello spettatore una costante sensazione di pericolo ed insicurezza, grazie anche a strategici “cave canem” disseminati per tutto il racconto, allo scopo di mantenerlo in uno stato di tensione per tutta la durata del film. E’ un’abilità non da tutti e a cui molti registi moderni non sono interessati (è diffusa infatti la tendenza opposta: mostrare sempre di più, ai limiti del sopportabile, spingendo l’asticella del consentito sempre più in alto, tipico dei cosiddetti torture-porn e dei film d’exploitation) ma, a sorpresa, ho ritrovato questa peculiarità in un thriller recente, “In Fear”, diretto e sceneggiato dal regista televisivo Jeremy Lovering, qui al suo debutto sul grande schermo. La trama è essenziale ed ordinaria, ma il suo punto di forza è l’essere giocata tutta su attese e sospensioni: Tom (Iain De Caestecker) e Lucy (Alice Englert) sono due giovani innamorati diretti ad un Festival della musica ma, prima di arrivarci, si perderanno nelle claustrofobiche e labirintiche campagne irlandesi, scoprendo ben presto di esser spiati e seguiti da una presenza minacciosa, che si divertirà a tormentarli, costringendoli a scendere a patti con le loro paure e le loro angosce segrete, facendo a pezzi i loro nervi e devastando la loro psiche, in una sadica ed estenuante “caccia al topo”, dove l’automobile diventerà l’unico rifugio. Ma anche una trappola mortale . “In Fear” non è che questo: un ottimo thriller psicologico che non ha bisogno di sangue, scene gore ed effetti speciali estremi per turbare: le sole atmosfere, create grazie ad una straordinaria padronanza della macchina da presa ed alla tetra fotografia di David Katznelson, riescono perfettamente nell’intento, avvolgendo lo spettatore in una morsa opprimente ed impossibile da allentare. La pellicola, girata in tempo reale per dar modo agli attori di esprimere reazioni più genuine e realistiche (a nessuno di loro il regista ha fatto leggere la sceneggiatura), ha raccolto critiche entusiaste al Sundance Film Festival 2013 ed è stata distribuita in Gran Bretagna lo scorso autunno, riscuotendo lo stesso successo anche da parte del pubblico. Gli amanti di intrecci, azione e colpi di scena potrebbero rimanere delusi: non succede nulla, o quasi, per tutto il film, ma la carica di tensione ed ansia, che viene alimentata in un crescendo senza fine, è il miglior risultato che un regista di horror-thriller possa desiderare ed un’occasione ghiotta per chi è alla ricerca di adrenalina pura. Nelle mani di un regista mediocre questo film si sarebbe rivelato un flop di una noia mortale, ma Lovering si dimostra un vero professionista, dal talento sorprendente, a conferma dello stato di ottima salute del cinema horror indipendente britannico, sempre molto attento alla psicologia dei personaggi e a veicolare messaggi pedagogici, sociali o politici. Dopo aver visto “In Fear”, che in Italia uscirà direttamente in home video (ma va?), sarà difficile girovagare in auto di notte, lungo strade desolate, senza venir colti da quell’inquietudine, sotterranea ed indefinibile, che solo i cineasti inglesi sanno suscitare con tanta efficacia.

 

CELLA 211, BY DANIEL MONZON (2009)

Pubblicato 4 marzo 2014 da elyana80

Cell-211-filmEsistono film di cui ci si innamora dai primi fotogrammi: sono quelli che si insinuano tra le pieghe della tua anima e non ti abbandonano per giorni e giorni, quelli a cui ti sorprendi a pensare nei frangenti, mentre stai compilando la lista della spesa o sei imbottigliato nel traffico dell’ora di punta, quelli i cui protagonisti vorresti fossero tuoi amici (e un po’ lo sono diventati) e che ti restano “cuciti addosso”, come dei blue jeans sdruciti che non vorresti togliere più, perché ti calzano a pennello. E anche stavolta si tratta di un’opera spagnola, a conferma della supremazia della cinematografia iberica non solo su quella italiana ed europea, ma spesso anche su quella hollywoodiana. “Cella 211” è entrato da subito in questa ristretta cerchia di “film del cuore” , guadagnandosi, a buon diritto, il titolo di miglior dramma carcerario degli ultimi vent’anni. Il film, tratto dal romanzo omonimo di Francisco Pèrez Gandul, è stato sceneggiato dal cineasta spagnolo Daniel Monzòn che, con l’aiuto di Jorge Guerricaechevarria (inseparabile collaboratore del grande regista Alex De la Iglesia), ha voluto conferire all’opera un taglio documentaristico, al fine di rendere estremamente realistica una vicenda di pura fantasia, servendosi di un cast dall’incredibile presenza scenica e dall’indiscusso talento.  Un nome su tutti: l’immenso Luis Tosar (noto per “Bed time” e “Ti do i miei occhi”), nel ruolo di Malamadre, che gli è vals0, in Patria, una meritatissima vittoria come miglior attore protagonista. La trama è incentrata sul personaggio di Juan Olivier (interpretato dall’espressivo Alberto Ammann, qui al suo esordio), ragazzotto dalla faccia pulita e dai modi educati, felicemente sposato e in attesa del primo figlio. L’uomo, al suo primo incarico come secondino in un carcere di estrema sicurezza, decide di presentarsi sul posto di lavoro con un giorno di anticipo, per dare una buona impressione a colleghi e superiori e farsi una prima idea. Una mossa che si rivelerà infausta e che gli presenterà un conto salatissimo, dal momento che proprio quel giorno scoppierà una rivolta dei detenuti contro l’intero sistema carcerario, capitanata dal leader Malamadre, in cui si ritroverà coinvolto, suo malgrado, perché abbandonato in tutta fretta dai colleghi nella cella 211, ferito e privo di sensi, dopo esser stato colpito accidentalmente da un pezzo di intonaco staccatosi dal soffitto. Al suo risveglio avrà pochi secondi per decidere la sua sorte ed un’unica, folle chance di salvezza: fingersi un nuovo detenuto per evitare il linciaggio. Da quel momento in poi avviene qualcosa di straordinario: lo spettatore comprende subito da quale parte stare e ne avrà conferma con il precipitare degli eventi. Un film di denuncia, ma mai polemico o provocatorio, piuttosto capace di mostrare la nuda realtà e di infondere nel pubblico una naturale empatia per i “cattivi”, tanto che non è difficile prevedere un rovesciamento dei ruoli ed una lenta e progressiva discesa negli Inferi del protagonista, che finisce col diventare incapace di distinguere il confine tra bene e male e pronto a qualsiasi cosa, esattamente come era già avvenuto nel film “The experiment”, ma con un taglio più politico che sociologico. “Non fidarti mai di nessuno e non scordarti da che parte stai”  dice una guardia a Juan, mentre visitano il penitenziario, e questo ammonimento tornerà alla memoria dello spettatore in più occasioni, suonando molto più beffardo. Molto belli i flash back sparsi nel primo tempo del film, che ci permettono di conoscere meglio Juan e la sua vita precedente alla narrazione, e di grandissimo effetto gli spiazzanti colpi di scena che ribaltano punti di vista e posizioni, coinvolgendo ed emozionando.  Impossibile non restare “imprigionati” nella cella 211 che dà il titolo al film e che sembra non lasciar scampo, quella cella dove tutto ha avuto inizio e  le cui mura celano un funesto presagio. Cella 211 è un film agghiacciante ed avvincente, per la maestria e crudezza con cui viene raccontato e per il dibattito che inevitabilmente apre: è giusto dividere gli esseri umani in vittime e carnefici, ignorando la responsabilità di fato, circostanze e ambiente sociale? Ritmo serrato, tensione che regge per tutta la durata del film e grande pathos sono i fiori all’occhiello di questo prison movie, che si distingue anche per l’impeccabile fotografia chiaroscurale di Carles Gusi ed una regia sincera e solida, che segue i personaggi da vicino, facendo sentire lo spettatore da subito  “uno di loro”, e accentua le superbe interpretazioni dei due attori principali, legati da una grande amicizia anche nella vita reale. Il film ha trionfato ai Premi Goya,  il più importante riconoscimento cinematografico spagnolo, aggiudicandosi 8 statuette su 16, ed è stato distribuito nelle sale italiane, come al solito senza il meritato risalto, il 16 aprile 2010. Fortunatamente il doppiaggio è accurato e vanta un eccezionale Francesco Pannofino, che, grazie al suo talento, rende onore all’indimenticabile Malamadre. L’opera è stata dedicata al pompiere Luis Ángel Puente, che fece parte delle riprese e morì poco dopo, mentre salvava la vita di due bambini che annegavano in un fiume.

CABIN FEVER 3-PATIENT ZERO, BY KAARE ANDREWS (2014)

Pubblicato 27 febbraio 2014 da elyana80

CabinFeverPatientZeroQuando mi avvicino ad un sequel o prequel parto sempre con il minimo delle aspettative. E così è stato, pur attendendolo da tanto, con “Cabin Fever3-Patient Zero”, prequel appunto del più splatter tra gli epidemic movies : “Cabin Fever”, realizzato nel 2002 dall’allora esordiente Eli Roth, regista che ha poi trovato la sua consacrazione, a Hollywood e nel Mondo, grazie al cult “Hostel”, a lungo al primo posto al Box Office. Invece devo dire che ne sono rimasta sorpresa perchè si è rivelato migliore di quel che prometteva il trailer: la celebrazione di un branco di giovani idioti durante la solita vacanza-ammazza-tutti! Sia chiaro: i ragazzi bellocci-ma-stupidi ci sono, così come la vacanza, in questo caso per un addio al celibato, ma per fortuna il film riesce anche ad avere dei punti a favore, che ho apprezzato. Ma facciamo un passo indietro. “Cabin Fever” racconta le disavventure di cinque universitari, che decidono di trascorrere qualche giorno lontano dalla città, in un cottage nei pressi di un lago. Ma a rovinare l’aria vacanziera ci penserà un terribile virus di origine sconosciuta, che ben presto scatenerà i suoi drammatici effetti contagiosi (tra i quali pustole infette, necrosi e scarnificazione) e li costringerà a lottare contro una morte rapida quanto atroce. Niente di trascendentale, ma Roth dimostra di “stare sul pezzo” e di essere un esperto conoscitore dei meccanismi e topoi del genere. Forti sono infatti i richiami all’horror anni ‘70 ed alle sue caratterizzazioni gore (non per niente il film vede come produttore esecutivo il Maestro David Linch, mica Pinco Pallo), per quanto la pellicola non si distingua dalla massa dei tanti teen-movie girati con quattro soldi. Eppure è stato campione di incassi del 2003, tanto che la Indomina Group ne ha acquistato i diritti e si è impegnata a realizzare non uno, ma addirittura due prequel, vista la richiesta insistente da parte dei fans della saga, sparsi in tutto il mondo. Il primo dei quali è proprio “Cabin Fever 3- Patient Zero”, col compito di svelare la genesi del misterioso morbo e la cui regia è stata affidata al canadese “Kaare Andrews”, alla sua seconda prova dietro la macchina da presa. Come anticipato, la storia inizia con un addio al celibato tra amici, da festeggiare con alcool e droga in abbondanza, su un’isola della Repubblica Domenicana che si crede deserta, non comparendo sulle cartine geografiche, ma che invece cela orrori inimmaginabili. Quella che doveva essere una notte brava si trasformerà nel peggiore degli incubi. A parte qualche scena surreale e involontariamente (o volontariamente) comica, qualche forzatura di sceneggiatura e l’assoluta assenza di approfondimento psicologico dei protagonisti (chiudiamo anche un occhio sulla diffusa tendenza a voler inserire nel copione playmate tutte curve al posto di donne normali), l’ho trovato migliore del capitolo due (“Cabin fever2: spring fever”, rinnegato persino dal regista, Ti West), con un finale quasi geniale, che culmina con il mostrare, con lo scorrere dei titoli di coda, alcuni retroscena in rewind che spiegano passaggi fino a quel momento volutamente  non raccontati,  e che conferisce al personaggio della “cavia” da laboratorio immune al virus, il “paziente zero”,  interpretato da uno Sean Austin appesantito dall’età ma sempre molto espressivo (chi non ricorda il mitico Mickey dei Goonies??),  il ruolo di vero protagonista ed anti-eroe. Ed è proprio il suo personaggio a rappresentare la ragione principale per cui vedere questo prequel. L’epilogo, perfettamente riuscito ed aderente a quel che richiede questo filone, dà quindi un altro punticino al film, a differenza di alcuni horror ben fatti che però, a causa di un finale frettoloso o, peggio, banale, lasciano insoddisfatti. Un film godibile, dunque, con effetti speciali credibili ed una buona fotografia, al cardiopalmo quanto basta, magari non originalissimo (laboratori ubicati su isole deserte con mad doctor che creano virus letali sono vecchi come il cucco) ma che regala momenti di puro terrore misto a divertimento, nonché più di un sussulto e brividino sulla schiena (e se ha fatto gelare il sangue nelle vene a me, che sono “vaccinata”, fidatevi). Chiedere di più, in questi tempi di magra, è forse troppo, quindi mi sento, nonostante tutto, di promuoverlo, considerando che di teen horror fatti bene ne circolano davvero pochi. Per ora gira solo sottotitolato sul web.

LA VERITà NASCOSTA, BY ANDRéS BAIZ (2011)

Pubblicato 20 febbraio 2014 da elyana80

La-verita-nascosta_288La cinematografia spagnola, come più volte ho sottolineato, non manca mai di sorprendermi positivamente, quando si tratta di realizzare horror e thriller convincenti e ben costruiti.
Negli ultimi anni si sono affermati diversi registi iberici, che hanno dimostrato di esser dei veri fuoriclasse, basti pensare ad Alejandro Amenábar, Juan Antonio Bayona, Jaume Balagueró, Guillem Morales e tanti altri.
Ecco perché, anche questa settimana, voglio consigliarvi un giallo ispano-colombiano, incentrato su una storia d’amore, le cui tematiche sono il tradimento, la gelosia e il possesso.
“La verità nascosta” (da non confondere col più datato “Le verità nascoste”, di Robert Zemeckis e con protagonisti Harrison Ford e Michelle Pfeiffer) è il secondo lungometraggio del colombiano Andrés Baiz(dopo la sua opera prima “Satanás”, che rappresentò la Colombia nella corsa per il Premio Oscar al Miglior Film Straniero nel 2008), che dirige un originale thriller dagli espliciti omaggi hitchcockiani, distribuito in Italia dalla Moviemax il 10 febbraio 2012 in poche copie, nonostante sia stato molto apprezzato in Patria da Critica e pubblico.
Protagonisti della storia sono un affascinante Direttore d’Orchestra, Adrián (Quim Gutiérrez), e la sua ingenua compagna, Belén, interpretata da un’angelica Clara Lago.
Dopo che lui ha ottenuto un prestigioso incarico alla Filarmonica di Bogotà, i due innamorati si trasferiscono dalla Spagna in una grande villa in Colombia, dove lei, rosa dalla gelosia e dal tarlo del sospetto per il successo riscosso dal fidanzato tra il pubblico femminile, architetta un piano subdolo per poter metterne alla prova la fedeltà, lasciandogli un videomessaggio di addio in cui gli comunica che la loro storia non può continuare e nel quale gli chiede di non cercarla più, facendo perdere le sue tracce.
Ma le cose non vanno come la giovane donna aveva sperato e desiderato, dal momento che l’amato trova facile conforto tra le braccia di un’intraprendente e sensuale cameriera di nome Fabiana (Martina García), che lo seduce facendogli da “crocerossina”.
L’opera presenta una struttura temporale atipica, suddivisa in due parti: la prima, raccontata attraverso gliocchi di Fabiana, segue il canovaccio di una ghost-story come tante, con rumori sinistri, presenze che aleggiano negli anfratti, episodi inspiegabili, sospetti via via più insistenti e un’ex ingombrante con cui confrontarsi; la seconda riparte dall’antefatto, mostrando il punto di vista di Belèn, capovolgendo la prospettiva, caricandosi di dramma e obbligando lo spettatore a diventare un voyeur, che vive e patisce con la vittima la dolorosa impotenza di dover subire passivamente gli eventi da lei provocati, e custode privilegiato, insieme alla protagonista, di informazioni ignote agli altri personaggi, proprio come amava fare ilMaestro del brivido nei suoi capolavori dal fascino immortale.
Questo coinvolgente effetto di metacinema è rimarcato da Baiz con un sapiente gioco di specchi, i veri protagonisti del film, che celano quella spiazzante verità che dà il titolo al film.
Senza voler svelare troppo, per evitare spoiler, vi basti sapere che si tratta di un buon thriller psicologico, a tratti ingegnoso e avvincente, con alcuni momenti un po’ meno brillanti (soprattutto nella prima parte), ma godibile per merito di una colonna sonora che cattura, di un’apprezzabile attenzione per i dettagli e dell’opprimente fotografia di Josep M. Civit.
Il finale è tuttavia un po’ sbrigativo e lascia qualche perplessità di troppo, così come il doppiaggio, non accurato, che fa perdere punti all’interpretazione discreta degli attori.
Ne suggerisco comunque la visione perché sono convinta che vi lascerete sedurre da questo melò pieno di suspense, che cerca di rispondere ad alcuni interrogativi che possono assalirci quando siamo innamorati: Come reagirebbe il nostro partner se scomparissimo da un giorno all’altro? Quando la gelosia diventa paranoia controproducente? Cosa siamo disposti a sopportare pur di conoscere la verità? E vale sempre la pena di conoscerla? Qual è il prezzo da pagare?
Per giungere alla conclusione che l’unica cosa preziosa, per cui valga la pena di lottare è la nostra sopravvivenza.
Come spiega il regista: “Esiste nell’animo di ognuno di noi il desiderio malato di possedere la persona che amiamo. Su questa idea di possessione amorosa ho costruito la storia de La Verità Nascosta, una trama sinistra che parla di come sia impossibile amare quando ci si scontra con la nostra natura terrena. Il film non mostra che i rischi che si possono correre nel mettere alla prova l’amore del proprio partner”.
Il trailer purtroppo, come spesso accade, rende noti incautamente alcuni retroscena e snodi dell’intreccio, mandando a monte l’ottimo lavoro di Baiz nel costruire la suspense per tutto il primo tempo del film, fino al sorprendente climax centrale, quindi vi suggerisco caldamente di lasciarlo perdere e di passare direttamente alla visione di un thriller che non deluderà chi è incuriosito dai triangoli amorosi, gli scherzi del destino, le conseguenze auto-distruttive che può comportare un’insana gelosia e da quel lato oscuro (“La clara oculta”, titolo originale del film), che alberga in ognuno di noi e che spesso non sappiamo nemmeno di possedere.

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