CARRIERS-CONTAGIO LETALE, BY DAVID&ALEX PASTOR (2009)

Pubblicato 21 marzo 2014 da elyana80

carriers-contagio-letaleCome forse avrete intuito, ho un debole per gli epidemic movies, quei film post-apocalittici in cui una pandemia ha decimato la popolazione ed i sopravvissuti cercano di combattere contro il virus letale di turno e di adattarsi alla nuova realtà. E’, questo, un genere che riscuote sempre molto successo, in quanto fa leva su paure primitive ed universali, tant’è che, nell’ultimo decennio, sceneggiature che trattano di epidemie più o meno fantasiose sono proliferate come funghi. Basti pensare a pellicole come “28 giorni dopo” e il suo sequel “28 settimane dopo”, “La città verrà distrutta all’alba”, “Io sono leggenda”, le saghe “Resident Evil” e “Rec”, il suo remake “Quarantine”, “Contagion”, la trilogia di “Cabin Fever” ed i più recenti “The Bay” e “World War Z”. Persino l’Italia si è cimentata con questo sottogenere, confezionando il mokumentary “The Gerber Syndrome: Il contagio”.
In questo calderone compare anche il meno noto, ma pregevole, “Carriers-Contagio letale”, di produzione americana, scritto e diretto da due fratelli spagnoli, Alex e David Pastor, al loro esordio alla regia. E ancora una volta sono rimasta piacevolmente colpita dalla cinematografia ispanica, sempre attenta ai risvolti psicologici e capace di rivitalizzare generi cinematografici di cui si pensa sia stato già raccontato e mostrato tutto. Invece c’era evidentemente ancora molto da dire, soprattutto sulla componente umana, o per meglio dire di-sumana, che nei film sopraccitati è poco tratteggiata, ma che qui, invece, è rappresentata in tutta la sua drammaticità. Ed è proprio la volontà di porre l’accento su come le relazioni umane, in un mondo senza più leggi, costituiscano una minaccia ben più spaventosa del pericolo virale, ciò che rende quest’opera superiore alle tante sull’argomento. Ed è anche ciò che fa di “The walking dead” una serie-tv tanto popolare ed amata, a conferma di quanto le dinamiche di gruppo, all’indomani di una catastrofe mondiale, siano un aspetto molto interessante ed apprezzato.
Il film parte da uno script ben collaudato: Brian, la sua ragazza Bobby, il fratello Danny e l’amica Kate sono un gruppo di superstiti in cerca di un’ “oasi felice” dove ricominciare. Per riuscire ad arrivare incolumi alla meta si sono dati tre regole: 1. Evitare a tutti i costi gli infetti; 2. Disinfettare ogni cosa che hanno toccato nelle ultime 24 ore; 3. I malati sono già morti e nessuno li può salvare. I due fratelli, il maggiore Brian, dotato di leadership e di una buona dose di cinismo (a cui presta il volto il macho Chris Pine), e Danny (un Lou Taylor Pucci dal viso angelico), più fragile e sensibile, cresciuto all’ombra di Brian, vedono il Messico come l’ultima ancòra di salvezza e decidono di raggiungere quell’hotel sulla spiaggia dove da bambini trascorrevano le vacanze, nella speranza di allontanarsi il più possibile dai contaminati e di vivere di pesca e surf, in memoria dei vecchi tempi. Ma durante il lungo viaggio saranno messi di fronte a decisioni che riveleranno tutta la brutalità del nuovo Mondo, in cui vige un’unica, spietata regola: “homo homini lupus°, secondo cui l’egoismo connaturato al genere umano porterebbe l’uomo a considerare chiunque come nemico e, di conseguenza, a sbarazzarsene senza ripensamenti.
L’apetto più interessante di “Carriers” è l’assoluta assenza di alcuni stilemi del genere, fin troppo abusati negli altri film: non ci sono comunicazioni radio-televisive che spiegano l’accaduto ed aggiornano i protagonisti, come neppure orde di infetti che assalgono a tradimento qualunque essere umano a tiro, né ospedali che sembrano moderni lazzaretti o elicotteri militari che sorvolano i cieli con l’ordine di evacuare le città e fanno più vittime degli appestati. I due registi hanno tralasciato tutto questo e preferito raccontare, con grande minimalismo ma formidabile efficacia, la disperazione di un padre che fino all’ultimo cerca di nascondere l’orrore alla sua piccolina, la rassegnazione di un medico senza più speranze e con un progetto agghiacciante, il rapporto d’amore di due fratelli fatto a pezzi dall’ansia del contagio, la delusione nello scoprire che un luogo tanto caro e familiare finisce col diventare estraneo.
Non siamo di fronte ad un vero e proprio horror: non ci sono scene di sangue a fiotti, parassiti raccapriccianti, che divorano gli organi, o dozzine di malati che vengono squartati/dilaniati/massacrati dai vivi e viceversa, come vuole il genere, ma, piuttosto, ad un “road movie” che vira al drammatico, che svela quanto i rapporti affettivi siano una mera illusione di fronte all’istinto di sopravvivenza ed alla paura, che lascia un amaro in bocca difficile da mandar via.
Paradossalmente la vera compassione la si prova per chi si è ammalato, perché emarginato, abbandonato e lasciato morire da solo, nel buco nero di un crudele morbo che punisce e condanna. Pur essendo un film low budget “Carriers” certamente si distingue dalla massa dei troppi epidemic movies in circolazione, anche grazie alla bella fotografia sbiancante di Benoit Debie, che accompagna lo spettatore lungo le strade desolate del Texas, accentuando il senso di perdita e di disagio che aleggiano per tutto il film.
Ciliegina sulla torta un finale poetico e malinconico, con la voce narrante del protagonista che si ritrova a rimpiangere il mondo che ricorda e che non esiste più, consapevole di dover pagare il prezzo della sopravvivenza con un’insopportabile solitudine. Perché, come dice il dottore incontrato in una delle tappe del viaggio, “A volte scegliendo di vivere scegliamo una forma di morte più dolorosa”. Consigliato anche a chi non è un appassionato del genere, per riflettere su come la vita sia totalmente priva di senso quando si perde ogni parvenza di umanità. In Italia è uscito direttamente in Dvd, un’altra occasione persa per i distributori di portare sul grande schermo un film senz’altro meritevole e tra i più profondi e di spessore di questo filone cinematografico.

In Fear, by Jeremy Lovering (2013)

Pubblicato 10 marzo 2014 da elyana80

In-FearSolo una manciata di registi al mondo riesce ad incutere terrore con poco, molti dei quali sono grandi Maestri del passato, autori di classici come “Nosferatu”, “M-Il mostro di Düsseldorf “, “Rosemary’s baby”, “Psycho”, “Shining”, “Profondo Rosso” e pochi altri. Capolavori in cui basta una tenda che si muove, il fruscio del vento tra gli alberi, una risata improvvisa nel buio pesto o lo stridere sinistro di una porta che si apre, per raggelarti. Sono questi i film “di paura”, basati, al contrario di horror e splatter, sul suggerire e sul far intuire, invece che sul mostrare apertamente, e capaci di instillare nello spettatore una costante sensazione di pericolo ed insicurezza, grazie anche a strategici “cave canem” disseminati per tutto il racconto, allo scopo di mantenerlo in uno stato di tensione per tutta la durata del film. E’ un’abilità non da tutti e a cui molti registi moderni non sono interessati (è diffusa infatti la tendenza opposta: mostrare sempre di più, ai limiti del sopportabile, spingendo l’asticella del consentito sempre più in alto, tipico dei cosiddetti torture-porn e dei film d’exploitation) ma, a sorpresa, ho ritrovato questa peculiarità in un thriller recente, “In Fear”, diretto e sceneggiato dal regista televisivo Jeremy Lovering, qui al suo debutto sul grande schermo. La trama è essenziale ed ordinaria, ma il suo punto di forza è l’essere giocata tutta su attese e sospensioni: Tom (Iain De Caestecker) e Lucy (Alice Englert) sono due giovani innamorati diretti ad un Festival della musica ma, prima di arrivarci, si perderanno nelle claustrofobiche e labirintiche campagne irlandesi, scoprendo ben presto di esser spiati e seguiti da una presenza minacciosa, che si divertirà a tormentarli, costringendoli a scendere a patti con le loro paure e le loro angosce segrete, facendo a pezzi i loro nervi e devastando la loro psiche, in una sadica ed estenuante “caccia al topo”, dove l’automobile diventerà l’unico rifugio. Ma anche una trappola mortale . “In Fear” non è che questo: un ottimo thriller psicologico che non ha bisogno di sangue, scene gore ed effetti speciali estremi per turbare: le sole atmosfere, create grazie ad una straordinaria padronanza della macchina da presa ed alla tetra fotografia di David Katznelson, riescono perfettamente nell’intento, avvolgendo lo spettatore in una morsa opprimente ed impossibile da allentare. La pellicola, girata in tempo reale per dar modo agli attori di esprimere reazioni più genuine e realistiche (a nessuno di loro il regista ha fatto leggere la sceneggiatura), ha raccolto critiche entusiaste al Sundance Film Festival 2013 ed è stata distribuita in Gran Bretagna lo scorso autunno, riscuotendo lo stesso successo anche da parte del pubblico. Gli amanti di intrecci, azione e colpi di scena potrebbero rimanere delusi: non succede nulla, o quasi, per tutto il film, ma la carica di tensione ed ansia, che viene alimentata in un crescendo senza fine, è il miglior risultato che un regista di horror-thriller possa desiderare ed un’occasione ghiotta per chi è alla ricerca di adrenalina pura. Nelle mani di un regista mediocre questo film si sarebbe rivelato un flop di una noia mortale, ma Lovering si dimostra un vero professionista, dal talento sorprendente, a conferma dello stato di ottima salute del cinema horror indipendente britannico, sempre molto attento alla psicologia dei personaggi e a veicolare messaggi pedagogici, sociali o politici. Dopo aver visto “In Fear”, che in Italia uscirà direttamente in home video (ma va?), sarà difficile girovagare in auto di notte, lungo strade desolate, senza venir colti da quell’inquietudine, sotterranea ed indefinibile, che solo i cineasti inglesi sanno suscitare con tanta efficacia.

 

Le Donne con le Palle del cinema horror (e non), by Luca Zanovello

Pubblicato 8 marzo 2014 da elyana80

I film horror (e non solo quelli) sono zeppi di femmine in grado di tirar fuori notevoli attributi se stuzzicate…

Le Donne con le Palle del cinema horror (e non)Sesso debole un cavolo! Il cinema horror (ma non solo quello) è pieno di donne con le palle.
Che agiscano per sfizio, vendetta o necessità, sono delle signorine che è meglio non infastidire, pena una ritorsione da antologia del cinema.

A seguire, una decina di ragazze nate – o diventate – maledettamente “sour”, acide.

10) THE BRIDE (KIll Bill)
Nell’epopea vendicativa di Quentin Tarantino la Sposa in tuta gialla ridefinisce il concetto di spietatezza in un bagno di sangue tra pulp, arti marziali e stile “cartoonish”. Uma Thurman con lama e sguardo affilati e una forza di volontà più grande anche della delirante immaginazione del regista. In un doppio (presto triplo) film dove sono le donne a picchiare duro, la Sposa non è solo quella che temiamo di più, ma è anche quella per cui tifiamo.

9) F (Marebito)
Il sottovalutato gioiellino di Takashi Shimizu andrebbe recuperato per molti motivi. Uno di questi è la conturbante protagonista femminile, enigmatico e muto flagello assetato di sangue. Salvata dalle catene, schiavizza il proprio salvatore. La rappresentazione più perversa dell’emancipazione femminile e la dimostrazione che quel volpone di Ferradini aveva ragione.

8) HAYLEY (Hard Candy)
Avete presente Ellen Page? La ricorderete nei panni della precoce ed impertinente Juno, nell’omonimo (e meraviglioso) film di Reitman Jr. Oppure, se dotati di ottimo fiuto horror, la ricondurrete al bellissimo e sadico Hard Candy, film passato ingiustamente in sordina e arrivato in largo ritardo nel mercato dell’homevideo italiano. In quest’ultimo caso saprete che il musetto adolescenziale di Ellen non è altro che apparenza. Adescata sul web da un uomo adulto, Hayley non si concede e anzi dà una lezione indimenticabile a tutti i porci là fuori, facendo rabbrividire (in particolare attraverso una vivida scena “chirurgica”) ogni singolo ometto alla visione. Zac!

Hayley (Hard Candy)

7) LAURIE STRODE (Halloween – La Notte delle Streghe)
Oggi Laurie se la caverebbe con regolare denuncia di stalking. Ma nel 1978, quando John Carpenter le affibbiò le eccessive attenzioni del famigerato assassino Michael Myers, la timida e inibita studentessa di Haddonfield (interpretata dalla superba Jamie Lee Curtis) non aveva altra scelta che barricarsi in casa e mostrare nervi saldi. Eppure nel corso della lunghissima saga della vigilia di Ognissanti la spunta quasi sempre lei, con grazia e senza coltellacci. Come si addice a una ragazza di classe.

Laurie Strode (Halloween)

6) CHERRY DARLING (Grindhouse – Planet Terror)
Una stripper con una gamba sola non vale granchè, ma potrebbe rappresentare un importante diversivo durante il proliferare di un’invasione di simil-zombie. Soprattutto se al posto di un’innocua protesi le si innesta un maestoso lanciagranate. In quel caso il dolce visino di Rose McGowan diventa un manifesto di guerra. Il compagno Robert Rodriguez dirige e un po’ sogna amplessi militarizzati. Cherry, letteralmente sul “piede di guerra”, rade al suolo gli infetti. Quel che si chiama far di necessità virtù.

Cherry Darling (Planet Terror)

5) LUCIE & ANNA (Martyrs)
Lucie irrompe nella casa dei suoi ex aguzzini brandendo un fucile e in pochi minuti azzera l’allegra famigliola. È il minimo, considerato quello che ha passato nella sua prigionia. Ma è poca roba in confronto a quello che subirà Anna, sua amica e accompagnatrice nella missione vendicativa. Le cose sono più complicate di quanto sembri, per le due fanciulle e per chi guarda. Martyrs fa la storia dell’horror moderno, le due protagoniste si passano il testimone della più brutale tortura a memoria di cinefilo. Opponendo però stoica resistenza.

Lucie e Anna (Martyrs)

4) JENNIFER (Non Violentate Jennifer)
La bella scrittrice protagonista del film di Meir Zarchi ha tutte le ragioni per essere incazzata. Stuprata, picchiata e dileggiata lungamente da quattro balordi, viene creduta morta e abbandonata. Invece Jennifer si ricompone e architetta una vendetta che detta le tavole della legge del “rape & revenge”. Senza batter ciglio.

3) ELLEN RIPLEY (Alien saga)
Nemmeno al chierichetto più ingenuo potrebbero sfuggire i connotati falliformi della creatura più terrificante della storia del cinema. Basti conoscerne il creatore (il perverso artista svizzero H.R. Giger) e alcune primordiali idee di sceneggiatura (Ripley sarebbe dovuta essere nuda per buona parte del film) per capire che il mitico luogotenente in canottiera bianca avrebbe avuto vita difficile in più sensi. Eppure la grintosa opposizione dell’eroina fantascientifica regge l’urto e Sigourney Weaver diventa icona cazzuta tanto quanto il mostro bavoso. In un futuro indefinito, ecco la parità dei sessi!

Ellen Ripley (Alien)

2) VARLA (Faster, Pussycat! Kill! KIll!)
Decolleté XXL e guida da tamarra di quartiere. La sexy spogliarellista interpretata da Tura Satana nel capolavoro di Russ Meyer potrebbe essere il sogno dei coatti di tutto il mondo. Peccato per quel suo lato un po’ efferato che smorza la poesia. È lei il simbolo immortale di un film dove la crudeltà è donna, più forte della misoginia dei pochi ometti che tentano di fermare Varla e colleghe. Meyer deve aver avuto delle babysitter terribili. E con tette enormi.

1) ASAMI (Audition)
Aoyama, vedovo di mezza età, organizza una finta audizione cinematografica per trovar moglie. Troverà e sceglierà l’enigmatica Asami, taciturna e segnata dalla vita quel tanto che basta per suscitare piena empatia per tre quarti del film. Il resto è sangue e sofferenza. Takashi Miike, il regista di Audition, culla la violenza come fosse la sua adorata figlioletta. Una figlioletta “pungente” e malvagia come Asami. E come film, stupefacente dall’inizio alla fine.

Asami (Auditions)

Questi e altri spunti vendicativi affollano gli scaffali del cinestore di Sourmilk (siamo a Menzago di Sumirago (VA), in via Trieste 5, ma il negozio è anche online all’indirizzo www.sourmilk.it): venite a trovarci, proveremo a realizzare i vostri incubi e se non ci riusciremo accetteremo di subire la vostra, di vendetta.
Quel che è giusto è giusto.

Notizia scritta da:
Luca Zanovello

Le Donne con le Palle del cinema horror (e non)
Articolo pubblicato il 20/04/2012
Fonte: LaTelaNera.com

Citazione del giorno:

Pubblicato 5 marzo 2014 da elyana80

Profondo-rosso-cover-vcd-front“Quello che credi di vedere, e quello che vedi realmente, si mischiano nella tua memoria come un cocktail di cui non riesci a distinguere il sapore. Tu credi di dire la verità e invece dici soltanto la tua versione della verità.” (Profondo Rosso)

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