homo homini lupus

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The road, by John Hillcoat (2009)

Pubblicato 18 giugno 2014 da elyana80

the_road_posterNon potendo ancora usufruire dell’ Adsl e quindi impossibilitata ad aggiornarmi/vi sulle novità del momento, oggi vi parlerò di una piccola perla cinematografica scoperta qualche anno fa e rivista in dvd di recente. Rappresenta forse il caso più clamoroso di abbaglio da parte della solita distribuzione italiana, pigra e poco lungimirante, che ha liquidato l’ennesimo capolavoro con la lapidaria motivazione:  “film troppo deprimente per uscire nelle sale italiane”. Personalmente trovo più pesanti i drammoni di Muccino, con protagonisti trentenni in crisi, che  vomitano tutta la loro frustrazione e rassegnazione, ma questo è un discorso troppo lungo per essere affrontato in questa sede. “The road”, in concorso alla 66ª edizione della Mostra di Venezia,  è l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo scritto da Cormac McCarthy, vincitore del premio Pulitzer per la narrativa ed autore, tra gli altri, del romanzo da cui è stato tratto l’avvincente thriller “Non è un paese per vecchi”. Il film,  diretto da John Hillcoat e sceneggiato da Joe Penhall, non è che il viaggio, fisico e morale (la strada, appunto), di un uomo e del suo figlioletto (chiamati solo “the man” e “the boy”, perché ognuno di noi possa identificarsi), all’indomani di un olocausto nucleare che ha spopolato la Terra e reso le condizioni ambientali e climatiche estremamente ostili e inospitali. Anche questa pellicola post-apocalittica indaga soprattutto l’animo umano e le dinamiche psico-sociologiche, in un pianeta governato, ancora una volta, dalla legge “Homo homini lupus” , dove il cannibalismo è una necessità e la paura dell’altro una fedele compagna. Il viaggio dei due viandanti verso Sud, tra le macerie e le asprezze atmosferiche, si rivelerà lungo e irto di ostacoli, tra i quali l’assenza di cibo e la minaccia costante di imbattersi nei “bad guys”, uomini senza scrupoli disposti ad uccidere pur di sopravvivere. Hillcoat non mira a ricostruire i fatti antecedenti la catastrofe, se non attraverso brevi ed intensi flashback, né alla spettacolarizzazione di una disumanità che pure esiste e crea disagio, ma punta tutto sulle emozioni e sul pathos, e lo fa da regista “consumato”, quando, ad esempio, ci mostra una donna che, con cinismo sconcertante, abbandona marito e figlio, quel figlio che non avrebbe nemmeno voluto mettere al mondo, in tali avversità. O quando ci fa scoprire un raccapricciante scantinato di “provviste umane” o indugia con la macchina da presa sui corpi penzolanti e senza vita di chi ha rinunciato ad un’esistenza così penosa. O, ancora, quando ci fa assistere alla disperazione di un padre che mette in mano al proprio figlio una pistola carica, perché ponga fine alle loro sofferenze. “The road” è, soprattutto, la storia di un grande legame, quello tra un padre ed un figlio, che non hanno altro a sostenerli se non il loro amore, a testimonianza di come, persino nel peggiore dei mondi possibili, resti l’unico motore che ci spinge ad andare avanti. Ma non è un film buonista, tutt’altro. E’ anzi cupo, mesto, sovente feroce, costantemente teso a rammentarci quanto la morte aleggi nell’aria dovunque, in un mondo destinato ad estinguersi e dove nulla è come si ricorda. Persino il mare è diventato una distesa grigia funerea e “gli uccelli sono solo nei libri ormai”. E dove il confine tra Bene e Male è quanto mai labile, anche se il padre ricorda spesso al figlio, confuso dalle continue questioni morali che si presentano: “Noi abbiamo il fuoco dentro, siamo i buoni”, tra i pochi ad aver conservato un briciolo di umanità. Incantevole è poi la sinistra fotografia dello spagnolo Javier Aguirresarobe (ben 6 Premi Goya per la fotografia, tra i quali quelli ricevuti per “The Others” e “Mare Dentro”), fatta di scenari crudi, aridi, senz’anima, in decomposizione da anni (in questo hanno aiutato le devastate e devastanti location, in parte ricavate dalla tragedia dell’uragano Katrina), che lasciano nello spettatore un gelo difficile da spiegare, ma non da dimenticare. Evocativa e malinconica la voce dell’ io narrante (un Viggo  Mortensen commovente nel suo sconfinato amore paterno) e la colonna sonora di Nick Cave, che ci permette di astrarci temporaneamente dalle brutture di un mondo tra i più atroci e terrificanti mai raccontati. Da segnalare anche il piccolo cammeo della sempre affascinante Charlize Theron, nel ruolo di una moglie il cui amore per la famiglia non è sufficiente per affrontare un futuro denso di nubi e privo di speranza. Esquire lo ha eletto il “film più importante del 2009”. A dispetto del fatto che sia costato appena 20 milioni di dollari. Straconsigliato.

CARRIERS-CONTAGIO LETALE, BY DAVID&ALEX PASTOR (2009)

Pubblicato 21 marzo 2014 da elyana80

carriers-contagio-letaleCome forse avrete intuito, ho un debole per gli epidemic movies, quei film post-apocalittici in cui una pandemia ha decimato la popolazione ed i sopravvissuti cercano di combattere contro il virus letale di turno e di adattarsi alla nuova realtà. E’, questo, un genere che riscuote sempre molto successo, in quanto fa leva su paure primitive ed universali, tant’è che, nell’ultimo decennio, sceneggiature che trattano di epidemie più o meno fantasiose sono proliferate come funghi. Basti pensare a pellicole come “28 giorni dopo” e il suo sequel “28 settimane dopo”, “La città verrà distrutta all’alba”, “Io sono leggenda”, le saghe “Resident Evil” e “Rec”, il suo remake “Quarantine”, “Contagion”, la trilogia di “Cabin Fever” ed i più recenti “The Bay” e “World War Z”. Persino l’Italia si è cimentata con questo sottogenere, confezionando il mokumentary “The Gerber Syndrome: Il contagio”.
In questo calderone compare anche il meno noto, ma pregevole, “Carriers-Contagio letale”, di produzione americana, scritto e diretto da due fratelli spagnoli, Alex e David Pastor, al loro esordio alla regia. E ancora una volta sono rimasta piacevolmente colpita dalla cinematografia ispanica, sempre attenta ai risvolti psicologici e capace di rivitalizzare generi cinematografici di cui si pensa sia stato già raccontato e mostrato tutto. Invece c’era evidentemente ancora molto da dire, soprattutto sulla componente umana, o per meglio dire di-sumana, che nei film sopraccitati è poco tratteggiata, ma che qui, invece, è rappresentata in tutta la sua drammaticità. Ed è proprio la volontà di porre l’accento su come le relazioni umane, in un mondo senza più leggi, costituiscano una minaccia ben più spaventosa del pericolo virale, ciò che rende quest’opera superiore alle tante sull’argomento. Ed è anche ciò che fa di “The walking dead” una serie-tv tanto popolare ed amata, a conferma di quanto le dinamiche di gruppo, all’indomani di una catastrofe mondiale, siano un aspetto molto interessante ed apprezzato.
Il film parte da uno script ben collaudato: Brian, la sua ragazza Bobby, il fratello Danny e l’amica Kate sono un gruppo di superstiti in cerca di un’ “oasi felice” dove ricominciare. Per riuscire ad arrivare incolumi alla meta si sono dati tre regole: 1. Evitare a tutti i costi gli infetti; 2. Disinfettare ogni cosa che hanno toccato nelle ultime 24 ore; 3. I malati sono già morti e nessuno li può salvare. I due fratelli, il maggiore Brian, dotato di leadership e di una buona dose di cinismo (a cui presta il volto il macho Chris Pine), e Danny (un Lou Taylor Pucci dal viso angelico), più fragile e sensibile, cresciuto all’ombra di Brian, vedono il Messico come l’ultima ancòra di salvezza e decidono di raggiungere quell’hotel sulla spiaggia dove da bambini trascorrevano le vacanze, nella speranza di allontanarsi il più possibile dai contaminati e di vivere di pesca e surf, in memoria dei vecchi tempi. Ma durante il lungo viaggio saranno messi di fronte a decisioni che riveleranno tutta la brutalità del nuovo Mondo, in cui vige un’unica, spietata regola: “homo homini lupus°, secondo cui l’egoismo connaturato al genere umano porterebbe l’uomo a considerare chiunque come nemico e, di conseguenza, a sbarazzarsene senza ripensamenti.
L’apetto più interessante di “Carriers” è l’assoluta assenza di alcuni stilemi del genere, fin troppo abusati negli altri film: non ci sono comunicazioni radio-televisive che spiegano l’accaduto ed aggiornano i protagonisti, come neppure orde di infetti che assalgono a tradimento qualunque essere umano a tiro, né ospedali che sembrano moderni lazzaretti o elicotteri militari che sorvolano i cieli con l’ordine di evacuare le città e fanno più vittime degli appestati. I due registi hanno tralasciato tutto questo e preferito raccontare, con grande minimalismo ma formidabile efficacia, la disperazione di un padre che fino all’ultimo cerca di nascondere l’orrore alla sua piccolina, la rassegnazione di un medico senza più speranze e con un progetto agghiacciante, il rapporto d’amore di due fratelli fatto a pezzi dall’ansia del contagio, la delusione nello scoprire che un luogo tanto caro e familiare finisce col diventare estraneo.
Non siamo di fronte ad un vero e proprio horror: non ci sono scene di sangue a fiotti, parassiti raccapriccianti, che divorano gli organi, o dozzine di malati che vengono squartati/dilaniati/massacrati dai vivi e viceversa, come vuole il genere, ma, piuttosto, ad un “road movie” che vira al drammatico, che svela quanto i rapporti affettivi siano una mera illusione di fronte all’istinto di sopravvivenza ed alla paura, che lascia un amaro in bocca difficile da mandar via.
Paradossalmente la vera compassione la si prova per chi si è ammalato, perché emarginato, abbandonato e lasciato morire da solo, nel buco nero di un crudele morbo che punisce e condanna. Pur essendo un film low budget “Carriers” certamente si distingue dalla massa dei troppi epidemic movies in circolazione, anche grazie alla bella fotografia sbiancante di Benoit Debie, che accompagna lo spettatore lungo le strade desolate del Texas, accentuando il senso di perdita e di disagio che aleggiano per tutto il film.
Ciliegina sulla torta un finale poetico e malinconico, con la voce narrante del protagonista che si ritrova a rimpiangere il mondo che ricorda e che non esiste più, consapevole di dover pagare il prezzo della sopravvivenza con un’insopportabile solitudine. Perché, come dice il dottore incontrato in una delle tappe del viaggio, “A volte scegliendo di vivere scegliamo una forma di morte più dolorosa”. Consigliato anche a chi non è un appassionato del genere, per riflettere su come la vita sia totalmente priva di senso quando si perde ogni parvenza di umanità. In Italia è uscito direttamente in Dvd, un’altra occasione persa per i distributori di portare sul grande schermo un film senz’altro meritevole e tra i più profondi e di spessore di questo filone cinematografico.

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